Marco Mattiucci

Serenità, felicità e tristezza

Citando ancora una volta il mio Maestro: “…lo scopo non è essere felici, chi ha come scopo di vita la propria felicità è una persona naturalmente ed inevitabilmente triste!”. L’essere meno soggetti al dolore vuole dire solo essere più vicini al vuoto. Conosco persone che preferirebbero la tristezza o il dolore stesso al vuoto.

A questo proposito è bene capire che serenità e felicità sono molto diversi tra loro. La prima si può assimilare ad un deserto di sabbia o, parimenti, ad uno di ghiaccio. La seconda è una lussureggiante foresta in primavera. L’infelicità è un autunno senza verde e sole. La serenità, come i deserti, è una condizione che tende all’auto conservazione mentre felicità ed infelicità sono manifestazioni di un continuo mutamento ed il cambiamento, infatti, ha in se insita la privazione.

In definitiva non tutti possono essere forti o sereni (temo che una tale condizione porterebbe alla fine della razza umana!). Molti infatti affrontano la morte cercando di dimenticarla immergendosi in fatue, mutevoli ed auto riproducenti passioni che consentano di creare velocemente nuove speranze.